bar219.gif (5362 byte) human rights | ManuBarahunda!

mercoledì, 03 ottobre 2007, ore 21:32

manubarahunda
martedì, 11 settembre 2007, ore 20:58

 

 

C H I L E

11 SETTEMBRE 1973

PER NON

DIMENTICARE

 

 

« Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento. »

 

(Salvador Allende, 11 settembre 1973)

 

 

Questo è un corto realizzato da Ken Loach sull'11 Settembre 1973, giorno del colpo di stato militare in Cile ai danni del governo democraticamente eletto, si rivolge direttamente ai parenti delle vittime dell'11 Settembre 2001 e realizza un parallelismo tra passato e presente, libertà e oppressione.

manubarahunda
sabato, 16 giugno 2007, ore 16:12

manubarahunda
sabato, 05 maggio 2007, ore 16:22

Nei nostri sogni abbiamo visto un altro mondo, un mondo vero, un mondo definitivamente più giusto di quello in cui viviamo ora. Abbiamo visto che in questo mondo non servivano gli eserciti, che la pace, la giustizia, la libertà erano così comuni che non se ne parlava come di cose lontane, ma come si dice ‘pane’, ‘uccello’, ‘aria’, ‘acqua’, come si dice ‘libro’ e ‘voce’: così erano nominate le cose buone in questo mondo. E lì ragione e volontà erano il governo della maggioranza, e quelli che comandavano, gente dal retto pensiero; comandavano obbedendo. E questo mondo vero non era un sogno del passato, non era qualcosa che veniva dai nostri antenati. Veniva dal futuro, apparteneva al nostro passo successivo. marcos.imgÈ stato così che ci siamo messi in cammino per raggiungere questo sogno, per fare in modo che si sedesse alla nostra tavola, illuminasse la nostra casa, crescesse nelle nostre milpas, riempisse il cuore dei nostri figli, asciugasse il nostro sudore, sanasse la nostra storia e fosse per tutti. Questo è ciò che vogliamo, niente di più ma neanche niente di meno.


Subcomandante Marcos
Dalle montagne del Sudest messicano

manubarahunda
mercoledì, 25 aprile 2007, ore 23:05

da PEACE REPORTER:

 

Apriamo alla pace. Una chiave per Rahmatullah Hanefi
Raccolta firme per aprire la porta della cella del responsabile della sicurezza di Emergency
 
 
 Apriamo alla pace
In piazza Farnese a Roma è iniziata da venerdì 20 aprile la raccolta delle chiavi simboliche destinate ad aprire la prigione di Rahmatullah Hanefi, il responsabile della sicurezza dell'ospedale di Lashkargah di Emergency, arrestato dalla polizia afgana nell'ambito della liberazione di Daniele Mastrogiacomo.
Affinché possa essere lasciato libero quanto prima e con il fine di aprire le porte anche alla pace, in un Paese da decenni devastato dalla guerra, vi chiediamo di partecipare alla raccolta firme lanciata da La Repubblica. Per ogni vostra firma, l'organizzazione non governativa Emergency aggiungerà una chiave nell'installazione di piazza Farnese. 
 

 

 

manubarahunda
giovedì, 19 aprile 2007, ore 21:30

manubarahunda
domenica, 15 aprile 2007, ore 18:38

Ogni venti minuti, in qualche parte del mondo, si ripete il rito macabro: scoppia una mina, un altro ferito, un altro mutilato, non di rado un altro morto.

Cambiano i paesi, i nomi, il colore della pelle, ma la storia di questi sventurati è tragicamente simile. C'è chi sta camminando in un prato, chi gioca nel cortile di casa o sta seguendo le capre al pascolo, chi zappa la terra o ne raccoglie i frutti.

Poi lo scoppio.

Abdurahman ha detto di aver sentito la terra esplodergli dentro. Jabbar ha fatto in tempo a vederlo, quel piccolo oggetto color sabbia seminascosto nell'erba, ma era ormai troppo tardi per evitarlo. Djamila ha sentito un clic metallico sotto il piede, e ha avuto una frazione di secondo per pensare, prima che la sua gamba sinistra si disintegrasse.

Molti altri, come Esfandyar, non ricordano nulla. Un rumore assordante, e sono stati scaraventati a terra, in una strana poltiglia di polvere, sangue e carne bruciata.

Il piede calpesta una placca di gomma, o la gamba urta un filo metallico, che in vari modi - meccanico, elettrico, chimico - attiva il detonatore. Il detonatore è un piccolo oggetto, grande come il cappuccio di una biro, fatto di esplosivo di alta qualità. Quando scoppia, fa scoppiare anche tutto il resto dell'esplosivo contenuto nella mina.

Meccanismo di attivazione, detonatore, carica principale. Tutto così asettico, per tecnici e militari. La chiamano "la catena esplosiva". Dimenticando però che alla fine della catena, quello che è esploso è Esfandyar, bambino di dodici anni.

L'esplosione ha la forma di un cono rovesciato, che sale verso l'alto. Il piede si disintegra, le ossa diventano frammenti, i muscoli si spappolano, la carne brucia.

Sassi, terra ed erba, e fango se ha piovuto di recente, si mescolano con pezzi della scarpa, con i chiodi della suola, con brandelli di calza e dei pantaloni, e tutto penetra nella carne sparato ad altissima velocità dai cinquanta o cento grammi di T.N.T., o tritolo, contenuti nella mina.

L'esplosione sale, pela le ossa della gamba, che poi il calore annerisce, i muscoli del polpaccio diventano grotteschi cavolfiori bruciacchiati.

Per chi è fortunato, l'altra gamba ha solo qualche grande ferita profonda piena di sporcizia, ma è ancora lì. Molti altri, purtroppo, si ritrovano con grosse ferite nelle natiche, nei genitali, nell'ano.

Il padre di Esfandyar ha sentito il botto, e ha capito subito. Ha avuto il coraggio, o l'istinto, di correre giù per il pendio, di entrare in quel campo minato, per andare a prendere il figlio. Si è tolto il turbante, glielo ha fasciato intorno alla coscia e ha preso in braccio - non riesco a immaginare i suoi pensieri di quel momento - quel bambino in fin di vita, maciullato. E' tornato sui suoi passi, urlando a chiamare aiuto, ed è iniziata la ricerca disperata di un mezzo di trasporto, uno qualsiasi, per raggiungere un ospedale.

Hanno avvolto Esfandyar in un grande lenzuolo, subito diventato rosso, e l'hanno caricato sul retro di un automezzo agricolo. Che cosa avrà pensato suo padre, durante quel viaggio disperato, procedendo lentamente per strade sterrate verso Suleimania, lontana ancora diverse ore?

Esfandyar non si è lamentato - ci ha detto il padre - né per il dolore né per la strada dissestata, era come addormentato.

Ed era ancora in quello stato soporoso, quando è arrivato al pronto soccorso del nostro ospedale. Braccio e gamba destra completamente spappolati, una lesione penetrante all'occhio sinistro, altre ferite al volto.

Ha detto le prime parole mezz'ora dopo, disteso sul tavolo operatorio, con quella lampada dalla luce troppo forte fissa sopra la sua testa.

Avrà pensato qualcosa Esfandyar, nel vedere da sotto facce strane, deformi, gente con la maschera e il cappello verde che gli infilavano aghi e cateteri, che gli tagliavano i vestiti sporchi e stracciati?

Per un attimo ha cercato la forza di sollevarsi, di mettersi semiseduto e guardare... Per fortuna sua non ce l'ha fatta, non ha visto il proprio corpo straziato, è ricaduto sul tavolo operatorio e l'anestesia ha fatto il suo effetto.

Si è svegliato diverso, Esfandyar, senza un braccio e senza una gamba, e resterà diverso, giovane handicappato in un paese così povero da non poter badare a lui.

Gli faranno l'elemosina, certo, ma ben difficilmente potranno dargli speranze, progetti, sogni. Per lui il peggio non è ancora passato, il difficile comincia adesso.

E quel ragazzo smilzo, che ora cammina nel cortile dell'ospedale con stampelle un po' speciali, ha davvero bisogno di futuro, di sognare qualcosa di diverso da assordanti esplosioni.

In marzo abbiamo aperto una nuova sezione dell'ospedale. Esfandyar ha tenuto il discorso di inaugurazione, di fronte a tanta gente e alle autorità. Ha detto di star bene, di essere felice in questo ospedale, ha detto che tornerà presto a casa, ha ringraziato tutti, ha lanciato in aria una colomba bianca.

.........

da "Pappagalli Verdi - Cronache di un chirurgo di guerra", Gino Strada

.........

 

 
manubarahunda
sabato, 14 aprile 2007, ore 14:31

 

manubarahunda
mercoledì, 11 aprile 2007, ore 20:57

Da Peace Reporteremergency

 

Emergency ritira lo staff internazionale

Il comunicato stampa della Ong italiana

 

Nella giornata di oggi, mercoledì 11 aprile, il personale internazionale di Emergency ha lasciato Kabul diretto a Dubai. Il significato e le ragioni di questa decisione sono contenuti nel testo che segue, che verrà diffuso anche in Afghanistan, in inglese e nelle lingue locali. 

 

LO STAFF INTERNAZIONALE DI EMERGENCY ESCE DALL'AFGHANISTAN

 

A seguito delle vergognose affermazioni del Sig. Amrullah Saleh, responsabile dei Servizi di Sicurezza afgani, che in una intervista a un quotidiano italiano ripresa dalla stampa internazionale ha definito Emergency una organizzazione che “fiancheggia i terroristi e persino gli uomini di Al Qaeda in Afghanistan”, facciamo appello ai tanti cittadini afgani che hanno conosciuto il lavoro di Emergency nei Centri Chirurgici di Anabah, di Kabul, di Lashkargah, nel Centro medico e di Maternità del Panjsheer, nelle 25 Cliniche e Posti di Pronto Soccorso, nelle 6 Cliniche all’interno delle prigioni.

 

Dal 1999, le strutture sanitarie di Emergency hanno fornito assistenza gratuita e di alto livello a oltre 1.400.000 cittadini afgani. Facciamo appello a loro, alle loro famiglie, ai cittadini dell’Afghanistan perché si uniscano a noi nel ricordare al Governo afgano il carattere umanitario e neutrale del lavoro di Emergency in Afghanistan, volto a fornire cure a tutti, senza discriminazione politica, etnica, di genere, religiosa.

 

Il Governo afgano sta invece ricorrendo a ogni mezzo perché Emergency lasci l’Afghanistan: non solo con le terroristiche dichiarazioni di Amrullah Saleh - che suonano come un aperto invito a colpire la nostra organizzazione - ma anche attraverso la scandalosa e immotivata detenzione del capo del personale dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi, che a nome di Emergency ha messo a rischio la propria vita per salvare quella altrui.

 

Oggi, 11 aprile 2007, Emergency é stata costretta a ritirare temporaneamente il proprio staff internazionale dall’Afghanistan per ragioni di sicurezza. Per il momento, le strutture sanitarie di Emergency continuano a funzionare grazie alla competenza e alla dedizione dello staff afgano.

 

Se in futuro le strutture di Emergency non saranno più in grado di fornire gli stessi servizi, sappiano i cittadini afgani che la  responsabilità è interamente del loro Governo che ha gettato accuse infamanti sulla nostra organizzazione, mettendo a rischio la sicurezza dei nostri pazienti, del nostro staff afgano e internazionale.

 

Emergency continuerà ad essere vicina alle sofferenze del popolo afgano, a quei milioni di civili innocenti che da decenni subiscono la atrocità della guerra.

 

EMERGENCY 

 

Milano, 11 aprile 2007 

Gino Strada mostra una foto di Rahmatullah Hanefi          Foto Archivio Emergency

manubarahunda
sabato, 07 aprile 2007, ore 20:53

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti».

Il riconoscimento di questo principio «costituisce il fondamento della libertà,

della giustizia e della pace nel mondo».

 

Dichiarazione universale dei diritti umani

Art.1 e Preambolo, Parigi, 10 dicembre 1948

Z

 

manubarahunda