

...Arrivoooooooooooo...


Oggi giornata di ADDIO AL NUBILATOOOOOO!!!!!
….Non il mio grazie al cielo….ih ih ih!!!!
TIZIANO: Io e le mie macchine fotografiche: oggi volevo parlare di questo. Come ti dicevo, FOLCO, in casa mia a Firenze non c'era la radio, il telefono, non c'erano libri; per cui ti immagini se c'era una macchina fotografica! Credo che anche al liceo e all'università non ne ho mai avuta una.
La prima macchina fotografica che ricordo – perché aveva anche un significato comprarla – fu una meravigliosa Rolleiflex nuova che pagai un sacco di soldi. La comprai quando seppi che andavo in Sudafrica. Ero deciso a scrivere sull'apartheid e volevo anche documentarlo. Così comprai quella macchina fotografica stupenda, una cassetta che ti metti sulla pancia e ci guardi dentro dall'alto. Proprio il contrario di quel che ci vuole per il giornalismo perché fa rumore, è difficile da mettere a fuoco e così via, però con quella feci le mie prime vere foto, foto che avevano la pretesa di raccontare una
storia. Comprai quella macchina perché avevo la sensazione che scrivere non bastava. E poi le foto mi servivano come una sorta di taccuino, per aggiungere dei dettagli, per vedere quello che in quel momento non avrei notato. Con quella macchina ho viaggiato negli anni dell'Olivetti. Poi, quando andai in Vietnam, mi attrezzai con le macchine che a quel tempo erano di moda, una Nikon e una Nikkormat con lo zoom. Pesanti erano, ma io avevo una borsa in cui le mettevo e che mi portavo sempre dietro. È importante capire che io non mi sono mai sentito fotografo. Anzi, a parte alcuni grandi che ho rispettato, come Philip Jones Griffiths, Abbas e pochi altri, in Vietnam in particolare imparai a disprezzare i fotografi. Erano dei rompicoglioni. Non mi son mai piaciuti perché, quando te li trovavi attorno in una storia, i fotografi avevano sempre delle esigenze che non erano le tue. Il mio gioco era di essere un camaleonte, di non essere appariscente, di stare da una parte a guardare. Il gioco del fotografo invece – e l'epitome oggi è Dieter Ludwig che dà gomitate e botte pur di posizionarsi bene – è di piazzarsi in faccia alla gente, di mettersi nel mezzo. Tu parli con un contadino, con difficoltà cerchi di farti raccontare quello che è successo durante un attacco, un bombardamento, e arriva il fotografo che se ne fotte di quello che il tipo ha da raccontare. Lui vuole che la faccia del contadino sia davanti alle macerie con la luce così. Questa è anche una delle ragioni per le quali – nonostante che Der Spiegel ogni tanto volesse mandarmi un fotografo da Amburgo per certe grandi storie che facevo – in tutti gli anni del mio lavoro con il giornale io non ho mai lavorato con un fotografo. Facevo le fotografie con cui corredavo i miei pezzi e che corrispondevano a quello che scrivevo. In Vietnam avevo anche una ragione per invidiare i fotografi. Tu immagina come coprivamo questa guerra strana. Si partiva la mattina col taxi, si andava al fronte, si stava via sei, sette ore; poi, verso il tramonto si tornava in albergo. Quei puzzoni andavano in camera, facevano la doccia e poi -via! al bar a bere e chiacchierare. Il loro lavoro era finito. Il mio invece cominciava: avevo ancora da scrivere il pezzo. Tutto quello che avevo visto e sentito, se non lo scrivevo era come se non lo avessi vissuto. Invece i fotografi avevano già finito. Prendevano il rotolino, lo mandavano con un “piccione” all'aeroporto, lo facevano partire per Singapore o Hong Kong, e ti saluto.
FOLCO: Non lo sviluppavano nemmeno?
TIZIANO: No, non sviluppavano. Puoi capire che questi fotografi a me proprio non mi piacevano per nulla. In qualche modo la mia vita è cambiata il 30 aprile del 1975, perché il giorno prima – quando gli americani scappavano dai tetti delle case di Saigon con gli elicotteri che li erano venuti a salvare – un bravo ladro vietnamita rubò a uno di questi una Leica M3. Io incontrai quel ladro al mercatino di Saigon qualche giorno dopo e ricomprai quella macchina stupenda, semplicissima, per cento dollari. È stata la macchina della mia vita. Da allora ho sempre lavorato con quella. E stata la macchina che mi ha accompagnato dappertutto: in Cina, in Giappone, in Cambogia, a Sakhalin, nell'Unione Sovietica. Il bello della M3, una macchina inventata dai tedeschi, è che è facilissima da ricaricare, cosa importantissima. I fotografi la usavano già durante la guerra in Corea perché tu la tieni legata al collo, la giri, la apri, ci metti dentro il rotolino, la richiudi e -trum-pum! è bell'e pronta. E facile da usare. Una volta che hai messo il tempo, scegli l'apertura, bianco e nero, 400 ASA, e fai le foto. Non c'è verso di sbagliare. Poi, una cosa quasi di tipo erotico insomma, questa macchina quando la metti, per esempio, a 1/125 di secondo e scatti, fa un “cloc-cloc” che è una gioia sentire.
FOLCO: Ce l'hai ancora quella Leica?
TIZIANO: Certo. L'ho fatta ripulire, l'ho fatta rimettere in asse perché, sai, è vecchia, è una macchina che ha cinquant'anni ora. Ma è ancora una delle migliori macchine e continua a funzionare stupendamente. Però, ripeto, per me la fotografia non era un modo di esprimermi. Io facevo le foto per accompagnare i miei articoli. E poi le facevo per me, perché mi davano qualcosa in più di quel che avevo visto. Sai, tu guardi una scena e vedi in quella scena dieci particolari, ma la foto ne vede quaranta. Quando guardi la foto che hai fatto ti torna in mente tutto. Io, poi, sono uno che lavora molto di suggestione. Quando scrissi Giai Phong! per esempio, in questa casa dell'Orsigna, fuori c'era il ferragosto, c'era il palo della cuccagna in paese, ballavano in piazza – e io dovevo scrivere il libro sulla caduta di Saigon? Erano due mondi! Allora lo scrissi ascoltando tutto il tempo una cassetta che suonava la canzone Giai Phong, Giai Phong che avevo sentito dalla mattina alla sera durante i miei tre mesi in Vietnam. E così come la musica mi riportava nell'atmosfera di quei giorni, mi ci riportavano anche le foto. Feci stampare una serie di quelle che avevo fatto a Saigon e le attaccai tutt'attorno alla mia scrivania. Rivedevo così i posti e le persone e questo mi aiutava a scrivere. Io, le foto le ho sempre usate così.
FOLCO: Ma a volte viaggiavi anche con un fotografo, no?
TIZIANO: Alcune volte mi sono portato dietro un amico per fargli un piacere, ma era sempre una terribile delusione e c'erano sempre tensioni. Ho viaggiato anche con bravi fotografi. Dico, Dieter Ludwig è un bravo fotografo. Una volta eravamo insieme in Sri Lanka e abbiamo sentito un grande scoppio nel mezzo del pomeriggio. Io avevo addosso il mio sarong e scrivevo, prendevo appunti, non mi ricordo, quando sentiamo questo scoppio e corriamo per andare a vedere cos'è successo. Arriviamo nella piazza in cui ci sono già sette o otto poliziotti. Dieter li fotografa senza testa, cioè fotografa solo le loro gambe e fra quelle si vede il torso, senza gambe, del kamikaze delle Tigri tamil che si è appena fatto saltare in aria. Quella era... be', una bella foto, un bel contrasto, insomma. Dieter è uno che ci vede, che sa vedere, e questa è una qualità dei grandi fotografi. Io non ho mai preteso d'avere questo tipo di immaginazione. Però, a forza di scattare...
Sai, la fotografia è anche questo: ne scatti cento e alla fine ce n'è sempre una che è buona. Ce l'hai messo un po' di sale – voglio dire di zucchero – in quella camomilla?
FOLCO: L'esplosione delle tue foto avviene in Cina. Ho visto, guardando in quei tuoi scatoloni, che hai fatto tante più foto lì che in tutti gli altri paesi.
TIZIANO: Sai, non era mai stata fotografata quella Cina. Questa è la cosa che ci ha colpito arrivando. Vedevamo cose di cui sapevamo che non erano state viste da tanto tempo. La Mamma lo descrive con un'immagine stupenda: era come aprire una tomba egizia, un sarcofago. Per un attimo vedi la mummia. Poi l'aria fresca la riduce in polvere e rimane solo un pulviscolo d'oro. Questa era la sensazione che avevamo in Cina. Io ci sono arrivato nel
La fotografia allora era proprio, come dire, un'esigenza. Per questo in Cina ho fotografato tanto. Dopo, quando sono arrivato in Giappone, non avevo quella stessa sensazione di fare una cosa storica. A Tokyo, cosa vuoi fotografare? C'erano passati i più grandi fotografi del mondo e c'erano, lì di stanza, i più grandi fotografi del mondo. E io mi mettevo a fare la concorrenza a questi qui? Sai quanti begli ubriachi sono stati fatti dai fotografi? Allora l'ho fatto anch'io, l'ubriaco nella metropolitana di Tokyo, ma non era la Storia. Che storia era, un ubriaco? Sì, una società di lavoratori stanchi. Ma non mi ispirava, questo.
FOLCO: Non sarai stato fotografo, però hai fatto montagne di foto.
TIZIANO: Sì, è un capitale. Ci sono trent'anni di fotografie in bianco e nero di un mondo che non esiste più. Ti immagini, la Cina che ho visto io nei primi anni? Il Vietnam, il Mustang, tutto quello che vuoi. E mi piaceva l'idea di mettermici a lavorare. Però è un lavoro cane. Ci perdi la testa a selezionare centinaia e centinaia di foto, per cui io non l'ho ancora fatto. Forse, se ne hai voglia, un giorno lo puoi fare tu.
Tiziano Terzani
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non ci conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'e' un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì e' un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Cosò il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua e' unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e' per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perchè su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché e' la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale e' invisibile agli occhi".
"L'essenziale e' invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
Il piccolo principe Antoine de Saint-Exupery

Giusto giusto 6 anni son passati……da quel mitico concerto. 21 luglio 2001, Torino!!!
Tutto comincia con l’ansia per il non vedere comparire da un momento all’altro quel corriere che doveva consegnarci i biglietti……
h. 16.00: consegna…
h. 19.00: partenza dalla Calabria…2 giorni prima del concerto!!!
Siamo prontiii!!!! Che caldo.. e che caos! Sono i giorni del G8, sono i giorni di Genova e degli scontri… l’aria è tesa, e infatti siamo fermati in autostrada e perquisiti dalla Guardia di Finanza. Riprendiamo il viaggio, che adrenalina!!!
Passaggio e sosta a Milano, poi si riprende per Torino….. e si arriva!! Sabato mattina, 21 Luglio….ore 10,00… Ecco un sacco di gente, i bagarini ai bordi dell’autostrada…Cerchiamo il “Delle Alpi”!!! Troviamo lo stadio, parcheggiamo e ci “accomodiamo” tra una transenna e l’altra, ammassati a tutti gli altri folli che, come noi, sono arrivati chissà da dove, e comincia un’estenuante attesa sotto il sole…..aaahhhh… ma siamo arrivati, è questo che conta!!
E il CUORE?? Dicono che ci sia un’area per i pochi fortunati che riescono ad arrivare per primi… ok, decidiamo che il CUORE sarà nostro!!! Ma poi, cazzo!! La fila sbagliata…e scavalchiamo le transenne…aiachemmmaleeeee!!!!!!!! Una vigilessa mi acchiappa e mi tira su…. Ore 12,00…i cancelliiii!!! E si aprono!!! Ci schiacciamo tutti, che casino!! Salvatore mi tira…aiutoooo…Tereeeeee!!!! Ok, ci siamo… siamo dentro il cancello!! CORRIAMOOOOOO!!!!!!!! Un fiume di gente che corre!!!! …e giù per le scale….il prato…E dai, che non ho più fiato, aspettatemi!!!! Salvatore è già avanti, grida “IL CUOOOREEEEEEE!!!!!”. Corriamo, io e Teresa tiriamo fuori tutta la forza e il fiato che abbiamo e ancora CORRIAMOOOOO!!!! Oddio, non ci capisco più nulla… tutto prede forma solo quando io Teresa e Salvatore ci ritroviamo buttati per terra a riprendere fiato…. E cazzo…siamo dentro…siamo dentro… nel CUOREEEEE!!!!!!!! E solo guardando il bracciale che ho al polso realizzo…alzo gli occhi… lo vedo… IL PALCO. Proprio lì, davanti a noi. Non ci resta che passare il pomeriggio sotto il sole bruciante di fine luglio, piena estate…da mezzogiorno fino a sera…annaffiati dalle buste d’acqua che ci lanciano quelli dello staff e dagli idranti… e poi le 21.00. E tutto comincia. 3 ore di delirio, di urla, di commozione… non si posso spiegare. E le lacrime…cominciano a venire giù senza controllo…
Poi si parte. Finisce così. Sei pieno e sei vuoto. Sei felice, ma sei malinconico. Vai via e ti resta il ricordo. Col cuore pieno. Grazie U2.
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Quasi come a celebrare quell’anniversario…. 4 anni dopo sono a San Siro, per un altro concerto. La data è sempre quella, 21 Luglio, ma del 2005. La compagnia invece è diversa, vorrei che ci fossero Teresa e Salvatore, ma l’emozione è sempre tanta. Anche quello un grandissimo concerto, bello, bello, bello… Ma il primo!!!! Il primo… quello è il mitico.
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Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.
Povera patria Franco Battiato
Ieri sera MERAVIGLIOSO concerto di PATTY SMITH all’Arena Civica di Milano……








"Jesus died for somebody's sins but not mine
Melting in a pot of thieves wild card up my sleeve
Thick heart of sins my own
Thy belong to me. Me".
Patti Smith, "Gloria”
ODI ET AMO
(traduzione partenopea da Catullo)
Odio e amo:
fusse che chiedi:
perche' lo faccio?
Nunn' o saccio
ma lo faccio
e mme sient' nu straccio
Stefano Benni
Si, si... oggi è la giornata dei video....Comunque....
Ho riesumato un video del MIO GRUPPO PREFERITOOOOO,
DoctorBlue & The Healers, guardateloooooooo!!!
Ohhhh... come vi rimpiango....
Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d'essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
Fernando Pessoa
