bar219.gif (5362 byte) ManuBarahunda!

sabato, 31 marzo 2007, ore 12:47

Occhi lou_Waldo Jeffers era al limite, era ormai metà Agosto, il che significa che era separato da Marsha da più dì due mesi. Due mesi, e da mostrare non aveva altro che tre lettere spiegazzate e due telefonate interurbane molto care. Certo, quando la scuola era finita e lei era tornata nel Wisconsin, e lui a Locust, Pennsylvania, lei aveva giurato di mantenere una certa fedeltà. Di tanto in tanto sarebbe uscita con qualcun altro, ma solo per divertirsi un po’. Sarebbe rimasta fedele.

Ma ultimamente Waldo aveva cominciato a preoccuparsi.

Di notte aveva problemi a prendere sonno, e quando dormiva faceva sogni tremendi. Passava la notte sveglio, girandosi di qua e di là sotto le coperte, le lacrime gli riempivano gli occhi mentre immaginava Marsha, i suoi giuramenti vinti dall’alcol e dalla dolce consolazione di qualche neanderthal, finché non si sarebbe arresa definitivamente alle carezze dell’oblio sessuale.

Era più di quanto la mente umana riuscisse a sopportare.

Le visioni dell’infedeltà di Marsha lo perseguitavano. Di giorno le fantasie dell’abbandono sessuale invadevano i suoi pensieri, ma quello che gli dava più fastidio era che non avrebbero compreso che tipa lei era veramente. Solo lui, Waldo, poteva capirlo.

Lui aveva intuito ogni anfratto e ogni angolo della sua psiche. Lui l’aveva fatta sorridere, lei aveva bisogno di lui, e lui non c’era. (ahh...)

L’idea gli venne il giovedì prima che partisse la parata in costume. Aveva appena finito di tagliare l’erba e di sistemare il giardino degli Edison per un dollaro e cinquanta e poi controllò la cassetta della posta per vedere se c’era almeno una parola da parte di Marsha. Non c’era che il volantino della Amalgamated Aluminium Company che cercava di indagare se gli servivano dei tendoni. Perlomeno si interessavano al punto da scrivere. Era una ditta di New York. Si poteva arrivare in qualsiasi posto con la posta.

Poi ebbe l’idea.

Non aveva soldi abbastanza per andare fin nel Wisconsin nei modi convenzionali, è vero, ma perché non imbucare sé stesso? Era assurdamente semplice. Si sarebbe inviato come un pacco postale espresso. Il giorno dopo Waldo andò al supermercato per acquistare l’occorrente. Comprò nastro adesivo da pacchi, una pinzatrice e una scatola di cartone di medie dimensioni, perfetta per una persona della sua corporatura. Valutò che, con un minimo di accorgimenti, poteva viaggiare abbastanza comodamente. Qualche buchetto per far entrare l’aria, dell’acqua e qualche spuntino, e probabilmente sarebbe stato come partire in classe turistica.

Il venerdì pomeriggio Waldo era pronto. Si era impacchettato con cura, e l’ufficio postale avevano detto che qualcuno sarebbe passato a prenderlo alle tre. Sul pacco aveva messo la scritta “fragile” e mentre vi si rannicchiava adagiandosi sulla gommapiuma che aveva previdentemente inserito, provò a immaginare lo sguardo sorpreso e felice sul viso di Marsha quando, aperta la porta, visto il pacco e lasciata la mancia al postino, avrebbe aperto il tutto e sì sarebbe trovata il suo Waldo in carne e ossa. L’avrebbe baciato e poi forse avrebbero potuto vedere un film. Se solo ci avesse pensato prima. A un tratto, mani poco attente afferrarono il pacco, e si trovò a volare. Atterrò con un tonfo sordo dentro un camion, e partì.

Marsha Bronson aveva appena finito di sistemarsi i capelli. Era stato un weekend molto duro. Doveva ricordarsi dì non bere in quel modo. Bill era stato gentile con lei, però. Dopo che avevano finito, Bill aveva detto che la rispettava ancora, e che dopotutto era il modo in cui andavano le cose, e anche se, no, non l’amava, provava molto affetto per lei. E dopotutto erano adulti. Ah, quante cose Bill poteva insegnare a Waldo. Ma sembrava fossero passati già tanti anni. Sheila Kleìn, la sua migliore amica, entrò in cucina attraverso la porta della veranda. «Oddio, è proprio tremendo fuori». «So che vuoi dire. Mi sento tutta sfasata». Marsha si strinse la cintura dell’accappatoio di cotone con i bordi di seta. Sheila sfiorò dei grani di sale sulla tavola di cucina, si leccò il dito e fece una smorfia. « Dovrei prendere certe pillole di sale, ma» arricciò il naso «mi fanno venire il vomito». Marsha cominciò a darsi dei colpetti sotto il mento, un esercizio per il viso che aveva visto in televisione. «Dio, non parlarne nemmeno». Si alzo dalla tavola e andò verso il lavandino, dove  prese una confezione di vitamine rosa e azzurre. « Ne vuoi una? Dovrebbero essere meglio di una bistecca». Poi provò a toccarsi le ginocchia. «Credo che non berrò mai più un daiquiri». Rinunciò e si sedette, questa volta più vicino al tavolino dove era appoggiato il telefono. «Forse Bill chiamerà» disse in risposta allo sguardo di Sheila. Sheila si stava mordicchiando una pellicina. «Dopo la scorsa notte, forse faresti meglio a chiudere con lui» «Capisco che vuoi dire. Dio mio, era proprio come un polipo, mani dappertutto!» disse alzando le braccia quasi in difesa. «E che dopo un po’ ti stanchi di resistergli, sai, e dopo tutto venerdì e sabato con lui non avevo fatto proprio niente, e così un po’ glielo dovevo, sai che intendo» Cominciò a grattarsi. Sheila stava ridacchiando, la bocca coperta dalla mano. «Ti dirò, anch’io mi sentivo proprio così, anzi, dopo un po’» e qui si piegò in avanti in un sussurro «lo volevo». E cominciò a ridere forte.

PaccoFu a questo punto che il signor Jameson, dell’ufficio postale Clarence Darrow, suonò alla porta della villetta quadrata decorata a stucchi. Quando Marsha Bronson aprì la porta, lui l’aiutò a portar dentro il pacco. Fece firmare i suoi moduli verdi e gialli, e se ne andò con una mancia di quindici centesimi che Marsha aveva preso dal piccolo borsellino beige della mamma nello studiolo. «Che sarà, secondo te?» chiese Sheila. Marsha se ne stava in piedi con le braccia intrecciate dietro la schiena. Fissava la scatola di cartone marrone poggiata in mezzo al salotto. «Non lo so». Dentro il cartone Waldo fremeva di eccitazione mentre ascoltava le voci attutite. Sheila fece scorrere l’unghia lungo il nastro di scotch che passava per il centro della scatola. «Perché non guardi l’indirizzo del mittente cosi vedi da chi arriva?» Waldo sentiva battere il suo cuore. Sentiva le vibrazioni dei passi. Fra non molto. Marsha girò intorno alla scatola e lesse l’etichetta  scarabocchiata. «Dio! Viene da Waldo!» «Quel coglione!» disse Sheila. Waldo tremava di impazienza. «Be’, perché non aprirlo?» disse Sheila ed entrambe provarono a sollevarne un lembo.«Oaah,» esclamò Marsha seccata «deve averlo inchiodato». Provarono a strappare di nuovo. «Dio mio, ci vuole un trapano per aprire questa cosa». rossoTirarono ancora una volta. «Così non si riesce». Entrambe se ne stavano in piedi col fiatone. «Perché non prendi un paio di forbici?» domandò Sheila. Marsha corse in cucina, ma non riuscì a trovare altro che una forbicina da unghie. Poi si ricordò che suo padre teneva degli attrezzi in cantina. Corse giù per le scale, e tornò con un grande tagliacarte in mano. «Non ho trovato niente di meglio». Le mancava il fiato. «Tieni, fallo tu, sto per schiattare». Si gettò sull’enorme divano lanuginoso sbuffando rumorosamente. Sheila provò a fare un taglio netto tra lo scotch e l’orlo del cartone, ma la lama era troppo spessa e la fessura era troppo stretta. «Maledizione» esclamò esasperata. Poi, sorridendo, aggiunse, «Ho un’ idea». «Quale?» chiese Marsha. «Sta’ a guardare» disse Sheila toccandosi la fronte con un dito. Dentro lo scatolone, Waldo era talmente eccitato che non riusciva quasi a respirare. La pelle gli formicolava per il calore e si sentiva battere il cuore in gola. Fra non molto. Sheilà si alzò sulla punta dei piedi, e camminò intorno alla scatola. Poi s’inginocchiò, prese il taglialamiere con entrambe le mani, fece un respiro profondo, e sprofondò la lunga lama al centro del pacco, attraverso lo scotch, attraverso il cartone, attraverso l’imbottitura, e attraverso il centro della testa di Waldo Jeffers, che si squarciò lieve tra archi ritmici di color rosso che pulsavano dolcemente nel sole del mattino.

The Gift - Lou Reed

lou_reed_occhi

manubarahunda
sabato, 31 marzo 2007, ore 01:59

 Amicidelkubo

FILIPPO E DIMITRI....PROPRIO DUE FACCE DA KUBO!!!

manubarahunda
venerdì, 30 marzo 2007, ore 20:34

charlie brown
manubarahunda
giovedì, 29 marzo 2007, ore 22:41

Mare nero
manubarahunda
giovedì, 29 marzo 2007, ore 22:15

Afghanistan - 29.3.2007

Rahmatullah Hanefi trasferito in un carcere di Kabul 

Il comunicato di Emergency del 29 marzo

 

Rahmatullah Hanefi, manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, è stato prelevato il 20 marzo scorso dai servizi di sicurezza afgani e portato nella sede del National Security Directorate del capoluogo di Helmand. Da qui, il 28 marzo è stato portato a Kabul. Ecco il comunicato difuso oggi da Emergency.

 

Milano, 29 marzo 2007

 

Rahmatullah Hanefi. (Foto di Sandro Ruotolo)Nella giornata di mercoledì 28 marzo, Rahmatullah Hanefi, il collaboratore di Emergency che si è adoperato per la liberazione di Mastrogiacomo, è stato trasferito a Kabul e rinchiuso nel Centro di detenzione Taquik.

In questo carcere, come in altri, è presente una clinica di Emergency, secondo un protocollo sottoscritto con il ministero della giustizia, che prevede una visita di controllo per ogni detenuto al momento dell’ingresso.

Al personale di Emergency, che espressamente lo ha chiesto, è stato impedito di incontrare il nostro collaboratore.

Questa circostanza rende sempre più grave la preoccupazione per la situazione, le condizioni, e la sorte di Rahmatullah, che subisce ritorsioni per avere attuato indicazioni e richieste rivolte a Emergency dal governo italiano.

Rahmatullah Hanefi è stato sequestrato a Lashkar-Gah dai servizi di sicurezza del governo afgano all’alba del 20 marzo, all’indomani della liberazione del giornalista italiano.

Non è stata indicata finora la ragione della sua detenzione: una violazione di diritti elementari, all’interno di un «sistema giudiziario» che l’Italia è incaricata di contribuire a fondare.

Anche per questo la vicenda di Rahmatullah Hanefi deve essere affrontata e risolta dal governo italiano, che i fatti stessi esibiscono come pienamente coinvolto e responsabile.

EMERGENCY

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=7652

manubarahunda
Permalink ¦ commenti ¦ commenti (popup)
categoria : emergency
mercoledì, 28 marzo 2007, ore 22:19

Da Peace Reporter:

Ridateci Rahmat

Rahmatullah Hanefi raccontato dai suoi amici e dai colleghi dell'ospedale di Emergency a Lashkargah

  

Enrico Piovesana

 

Lashkargah, uffici dell’ospedale di Emergency, ultima stanza a destra, in fondo al corridoio. E’ quella di Rahmatullah Hanefi, il responsabile della sicurezza e del personale dell’ospedale, arrestato dai servizi segreti afgani all’indomani della liberazione di Daniele Mastrogiacomo.La scrivania di Rahmat

 

Sulla scrivania di Rahmat sono rimaste tutte le cose: il suo computer portatile, le sue carte, la sua radio rice-trasmittente, la targa di pietra verde con il suo nome inciso sopra. Manca solo lui.

Sul muro, dietro la sua sedia, è appeso un volantino con la sua foto e la scritta “Liberatelo”, lo stesso di cui sono tappezzati tutti gli uffici di Emergency. Ma su questo, qualcuno ha attaccato con lo scotch una bellissima rosa rossa.

 

Continua:

 http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7637

 

manubarahunda
Permalink ¦ commenti (1) ¦ commenti (1)(popup)
categoria : emergency
mercoledì, 28 marzo 2007, ore 15:52

jackSaltammo fuori nella notte calda, selvaggia, sentendo un indiavolato sax-tenore che faceva ululare il suo strumento dall’altra parte della strada, in questo modo: “ii-iiah! ii-iiah! ii-iiah!”, mentre le mani battevano a tempo e la gente urlava: «Dai, dai, dai!». Dean stava già correndo attraverso la strada col suo pollice per aria, gridando: «Suona, amico, suona!». Un gruppetto di neri con l’abito del sabato sera si agitava forsennatamente davanti all’ingresso. Era una sala col pavimento coperto di segatura, con una piccola pedana sulla quale si accalcavano i ragazzi del gruppo, col cappello in testa, dando fiato agli strumenti sopra la gente, un luogo fantastico; ogni tanto pazze donne sfasciate andavano in giro in accappatoio, rumori di bottiglie rotte venivano dai vicoli intorno. Nel retro del locale in un corridoio buio dietro i gabinetti insozzati dozzine di uomini e donne stavano appoggiati al muro bevendo e sputando alle stelle… vino e whisky. Il sax-tenore col cappello stava suonando sull’onda di un meraviglioso soddisfacente motivo improvvisato, una frase ripetuta che si alzava e ricadeva e andava da “Iiiah!” fino a un più indiavolato “Ii-di-li-iah!” e imperversava al suono della cascata scrosciante della batteria incrinata piena di bruciature di sigarette, martellata da un grosso negro brutale dal collo taurino, cui non importava un corno di niente se non di castigare i suoi logori tamburi, “crak, ta-ra-ta-bum crak. Scrosciar di musica col sax-tenore che era in istato di grazia e tutti lo sapevano. Dean si stava afferrando la testa tra la folla, ed era una folla di pazzi. Incitavano tutti il sassofonista, con urli e stralunar di occhi, perché tenesse duro e continuasse, e lui si sollevava sulle ginocchia e si abbassava di nuovo col suo strumento in mano, agitandolo a spirale verso l’alto in un urlo cristallino sopra il furore dell’entusiasmo. Una negra ossuta altissima dondolava le sue ossa contro la bocca del sassofono del suonatore, ed egli glielo spingeva addosso: “Iih! iih! iih!”. Cassady_KerouacTutti si dondolavano e ruggivano. Galatea e Marie con le birre in mano, in piedi sulle sedie, si dimenavano e saltavano. Gruppi di negri entravano inciampando dalla strada cadendo l’uno addosso all’altro per farsi largo. «Non mollare, amico!» strepitava un uomo dalla voce come una sirena di piroscafo e lasciò andare un urlo pazzesco che arrivò dritto fino a Sacramento: «Ah-aah!». «Uh!» disse Dean. Si stava strofinando il petto e il ventre; il sudore gli schizzava dal viso. Buum, una pedata, quel batterista dava calci al tamburo giù in fondo e rullava il ritmo con le sue bacchette assassine, “ta-ra-ta-bum!”. Un grassone enorme saltellava sul palco, facendolo imbarcare e scricchiolare. “Iuh!” Il pianista si limitava a pestare i tasti con le mani aperte, suonando accordi, a intervalli, solo quando il grande sax-tenore si riempiva i polmoni per un’altra tirata…accordi cinesi, che facevano tremare il legno, plink, e ogni corda, boong! Il sax-tenore saltò giù dal palco e stette in piedi tra la folla, suonando in tutte le direzioni; aveva il cappello sugli occhi; qualcuno glielo spinse all’indietro. Poi indietreggiò e batté un piede e soffiò una nota rauca e ululante, e tirò il fiato, e alzò il sassofono e lanciò una nota alta, larga e stridula nell’aria. Dean era proprio di fronte a lui, con la faccia china sulla bocca del sassofono, battendo le mani, col sudore che gocciolava sui tasti del suonatore, e quello se ne accorse e rise dentro allo strumento una lunga tremante pazza risata, e tutti gli altri risero e si dondolarono e dondolarono; e alla fine il sax-tenore decise di superare se stesso e si accoccolò giù e tenne un acuto per un tempo lunghissimo mentre tutto il resto crollava all’intorno e le urla salivano e salivano e io mi aspettavo di veder arrivare i poliziotti della stazione più vicina da un momento all’altro. Dean era in trance. kerouacGli occhi del sax-tenore stavano puntati dritti nei suoi; là c’era un pazzo che non solo capiva ma entrava dentro la musica e voleva capire di più e molto di più di quanto non ci fosse da capire, e i due cominciarono a duellare per questo: tutto usciva dallo strumento,non più frasi, solo gridi, gridi: “Booh” e giù fino a “Biip!” e su in alto “Iiiiih!” e giù fino a note discordanti e ancora su, suoni di corno echeggianti di fianco. Provò di tutto, in alto, in basso, di lato, a testa in giù, sdraiato, a trenta gradi, a quaranta gradi, e alla fine crollò tra un paio di braccia protese e si arrese, e tutti si accalcarono intorno e gridarono: «Sì! Sì! L’ha suonato come un dio!». Dean si asciugò il sudore con il fazzoletto. Poi il saxtenore si fece avanti sul palco e chiese un ritmo lento e fissò lo sguardo triste sopra le teste della gente oltre la porta aperta e cominciò a cantare Close Your Eyes. Il fracasso si calmò per un attimo. Il sax-tenore indossava un logoro giaccone di camoscio, una camicia viola, scarpe scalcagnate e pantaloni vistosi senza piega; non gliene importava niente. Sembrava un Hassel con la pelle nera. I suoi grandi occhi scuri erano un concentrato di tristezza, e dicevano che il suo canto sarebbe stato lento e pieno di lunghe pause pensierose. Ma alla seconda ripetizione del tema si eccitò e afferrò il microfono e saltò giù dal palco e si chinò di colpo. Per cantare una nota doveva piegarsi fino alle punte dei piedi e poi tirarsi su tutto di nuovo per prendere fiato, e ne prese tanto che barcollò per lo sforzo, e si riprese appena in tempo per la prossima lunga nota lenta. «Mu-u-usic pla-a-a-a-a-a-ay!» Si buttò all’indietro con la faccia al soffitto, il microfono in basso. Si scosse, ondeggiò. Poi si curvò in avanti, quasi cadendo con la faccia sul microfono. «Ma-a-a-ake it dream-y for dan-cing» - e guardò la strada oltre la porta con le labbra incurvate in disprezzo, il ghigno ossessivo di Billie Holiday - «While we go roman-n-n-cing» - barcollò da un lato - «Lo-o-o-ove’s ho-lida-a-ay» - scosse la testa pieno di disgusto e stanchezza per il mondo intero - «Will make it seem» e tutto sembrerà – com’è che sarebbe sembrato? Tutti aspettavano; lui singhiozzò: «O-kay». kerouacIl piano suonò un accordo. «So baby come on just clo-o-o-ose your pretty little ey-y-y-y-yes». - la bocca gli tremò, ci guardò, Dean e me, con un’espressione che sembrava dire: “Ehi, ragazzi, cosa ci facciamo in questo mondo triste e scuro?” - e quindi arrivò alla fine della canzone, e per questo ci volevano elaborati preparativi, durante i quali avreste potuto mandare innumerevoli messaggi a Garcia dodici volte intorno al mondo, e che importava alla fine? Perché lì in quel momento eravamo al nocciolo e all’aspro succo della vita bruciata nelle spaventose strade dell’uomo, e lui lo disse, lo cantò: «Close... your...» e su dritto verso il soffitto e attraverso le stelle e più in alto ancora: «Ey-y-y-y-y-yes», poi scese barcollando dal palco per restare in silenzio chiuso in se stesso. Andò a sedersi con un gruppetto di ragazzi senza prestare loro la minima attenzione. Abbassò gli occhi e si mise a piangere. Fu insuperabile.

manubarahunda
martedì, 27 marzo 2007, ore 20:12

manubarahunda
Permalink ¦ commenti ¦ commenti (popup)
categoria : film, video, paz
martedì, 27 marzo 2007, ore 20:05

Un mio amico ha un sogno nel cassetto....... ho provato a realizzarlo.

Dimi&Jimi

ciao Dix!!!!

manubarahunda
lunedì, 26 marzo 2007, ore 22:07

 

E finalmente ho deciso  di farvi vedere qualche mia  foto...Vi apro  il mio  personalissimo  album fotografico, vi faccio dono delle mie più personali emozioni…

 

 

Oblìo

Saggio non è nessuno

Che non conosca il buio

Che lieve ed implacabile

Lo separa da tutti.

Strano, vagare nella nebbia!

Vivere è solitudine.

Nessun essere conosce l’altro,
ognuno è solo.   

 

 


 

  Riposo

La stanca estate china il capo,

specchia nell’acqua il biondo volto.

Io vado stanco e impolverato

Nel viale d’ombra folto.

Soffia tra i pioppi una leggera brezza.

Ho alle spalle il cielo rosso,

di fronte l’ansia della sera

- e il tramonto – e la morte.

E vado stanco e impolverato

E dietro a me resta esitante

La giovinezza, china il capo

E non vuol più seguirmi avanti.

 


 

 

giochi d

Ramo spezzato e scheggiato,

che ormai pende anno dopo anno

e asciutto scricchiola al vento il suo canto,

senza fogliame ne’ scorza,

spelato, scialbo, di lunga vita

di lunga morte stanco.

Secco risuona e tenace il suo canto,

caparbio risuona e in segreto angoscioso

ancora per tutta un’estate,

per tutto un inverno ancora.

Hermann Hesse

 
manubarahunda
lunedì, 26 marzo 2007, ore 19:37

Comunicato di Emergency di ieri domenica 25 Marzo 2007:

Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”.

Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.

Oggi, domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.

Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi cinque giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data. 

Teresa Sarti Strada

Presidente di Emergency

 

emergency
E' stato preparato un appello, che è possibile firmare sul sito di Emergency, per la liberazione di Rahmat e Adjmal.
Questo è il Link di riferimento:
 
manubarahunda
domenica, 25 marzo 2007, ore 22:41

...hhmmm......

 

qualcuno che già mi conosce entrando nel Blog penserà di aver sbagliato indirizzo....... e invece NO!!!

Siete nel posto giusto!!! Mi sembrava carino apportare qualche modifica, rendere più personale questo "pseudodiario" in cui canalizzo tutte le mie turbe psichiche....che devo dire non sono poche (chi mi ronza intorno abitualmente lo sa....a sue spese!!!). Ebbene, grazie al supporto tecnico-artistico del mitico Dix e a quello morale della sua mitica Isa (gli A-Mici del Kubo!) il risultato è più che soddisfacente!! Questo bel tramonto che vi si spalanca davanti appena piombate nella Barahunda è una mia foto, scattata un paio di anni fa a Pizzo Calabro, posto meraviglioso peraltro... a me trasmette tanta tranquillità, forse è un modo di equilibrare il casino che c'ho qua dentro!!! Spero ad ogni modo che vi piaccia!!

Un ultimo urlo e poi vi lascio……. GRAZIE DIX E ISAAAAAAAAAA!!!!!!!

 

manubarahunda
sabato, 24 marzo 2007, ore 17:37

Ho inserito nella sezione Foto alcuni momenti fermati durante una serata di musica....DoctorBlue & The Healers, serata del 13 gennaio 2007 alla casa del Popolo di Arona ... anticipo nel post la foto che preferisco..... se siete curiosi....continuate il viaggio!!!!

Doctor Bue & The Healers__

 

 Ecco altre foto della serata......

Doctor Bue & The Healers

Doctor Bue & The Healers_     Doctor Bue & The Healers2

Doctor Bue & The Healers5

Doctor Bue & The Healers1

 

Doctor Bue & The Healers3

sax 

 

manubarahunda
sabato, 24 marzo 2007, ore 13:29

Ieri sera sono stata ad un Reading...un'esperienza interessante!!
Un curioso e singolare modo di unire buona musica ( e buoni musicisti!!!) e buona letteratura...il tutto ovviamente accompagnato da una buona birra!!!

IL READING
Lo spettacolo consiste in una lettura drammatizzata di brani tratti dal romanzo omonimo, alternati a brani musicali eseguiti da
Doctor Blue and The Healers Blues Band

Davide Scheriani e Valter Binaghi – Voci
Alberto Dellavedova – Tastiere
Claudio Belloni - Batteria
Clay Gatti – Armonica e sax
Dimitri De Franciscis – chitarra
Fabrizio Fogagnolo – basso
Massimiliano Tollin - fonico

Ed ecco qualche immagine:

L

 

L'autore, Valter Binaghi 

 

  Healers BluesBand 

Doctor Blue & The Healers

 

 

Clay Gatti - Dimitri de Franciscis


The Healers Blues Band

 

  

Reading - I tre giorni all

Reading:
I TRE GIORNI ALL'INFERNO
DI ENRICO BONETTI 
CRONISTA PADANO



 

PROSSIME DATE READING:

30 marzo – Libreria Nuovi Giorni di Cassano Magnago (Va) ore 19
Aperitivo con l’autore

31 marzo – Auditorium Biblioteca Comunale di Parabiago (Mi) ore 21.30
Reading musicale a cura di V. Binaghi
Con Davide Scheriani e The Healers Blues Band

10 aprile – Caffè Teatro di Verghera di Samarate (Va) ore 21.30
Reading musicale a cura di V. Binaghi
Con Davide Scheriani e The Healers BluesBand

12 aprile – Circolo Culturale Il Cavedio di Varese ore 21
Incontro con l’autore

14 aprile – Libreria del Giallo Milano ore 12.00
Aperitivo con l’autore. Presenta: Gianni Biondillo

22 aprile – Sala consiliare Comune di Nerviano (Mi) ore 21.30
Reading musicale a cura di V. Binaghi
Con Davide Scheriani e The Healers BluesBand

27 aprile – Auditorium comunale Rescaldina (Mi) ore 21.30
Reading musicale a cura di V. Binaghi
Con Davide Scheriani e The Healers BluesBand

28 aprile – Libreria LIBRAMI di Arona (No)
Incontro con l’autore

11 maggio – Centro sportivo Pregnana (Mi) ore 21.30
Reading musicale a cura di V. Binaghi
Con Davide Scheriani e The Healers BluesBand

25 maggio - Biblioteca Comunale Mesero (Mi) ore 21.30
Reading musicale a cura di V. Binaghi
Con Davide Scheriani e The Healers BluesBand

15 giugno - Santo Stefano Ticino (Mi) ore 21.30
Reading musicale a cura di V. Binaghi
Con Davide Scheriani e The Healers BluesBand

 Valter Binaghi

I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano
Il nuovo romanzo di Valter Binaghi in libreria dall’8 marzo 2007

Il capolavoro di Satana è convincerci che non esiste (Charles Baudelaire)
Cosa accade quando le trasgressioni di un gruppo di giovani satanisti si saldano - tra omicidi, rapimenti e traffico d'organi - alle trame di misteriosi circoli esoterici e di laboratori di ricerca coperti da segreto militare?
Enrico Bonetti, cronista di nera in un giornale di provincia, si trova suo malgrado coinvolto in una catena di terribili delitti che aprono scenari insospettabili. Con l'aiuto di un maresciallo dei carabinieri e di un frate fuori dal comune (esorcista e pirata informatico) proverà a combattere il disegno criminale.
Sorretto da una trama tanto complessa quanto ben congegnata e sospinto da una potente vena narrativa, questo romanzo inquietante e politicamente scorretto conduce il lettore nel cuore dello scontro tra Bene e Male.

L’Autore
Valter Binaghi insegna Storia e Filosofia nei licei, è musicista e scrittore. I suoi romanzi: L’ultimo gioco, scritto con Edoardo Zambon (Mursia 1999),
Robinia Blues (Flaccovio 2004) e La Porta degli Innocenti (Flaccovio 2005).

«Nel 2005 ho scoperto di avere un fratello gemello. Valter Binaghi mi mandava un suo romanzo, dicendo che pensava potesse piacermi. Quando l’ho letto ho capito perché. Era come leggere un altro me stesso. E non era solo questione di stile: di dialoghi, per dire, o di ritmo. Era anche questo, ma c’era qualcosa di più profondo... Valter è un rabdomante del Male; è un maestro nel descrivere luoghi e giorni comuni e nel farci vedere cosa scorre in realtà sotto traccia, nel buio. Leggere questo libro vi piacerà immensamente. Leggere questo libro potrebbe aprirvi gli occhi. »
Tullio Avoledo

 


 

il blues è la musica del rimpianto e dell’amore perduto

 

Valter Binaghi_Robinia Blues

 

In questo file trovate un'intervista rilasciata da Valter Binaghi a Fernando Fazzari nel 2005....leggere per conoscere il personaggio!!!

 

 

manubarahunda
giovedì, 22 marzo 2007, ore 22:33

Sono una stella del firmamento

Che osserva il mondo, disprezza il mondo

E si consuma nel proprio ardore.

 

Io sono il mare di notte in tempesta

Il mare urlante che accumula nuovi

Peccati e agli antichi rende mercede.

 

Sono dal vostro mondo esiliato

Di superbia educato, dalla superbia frodato,

io sono il re senza corona.

 

Son la passione senza parole

Senza pietre del focolare, senz’arma della guerra,

è la mia stessa forza che mi ammala.

 

Hermann Hesse

 

manubarahunda